In pausa

17 marzo, 2012
In-pausa1

Foto di Tatiana Zaghet

Lui e lei si sono lasciati da più di un anno. Lui ha avuto un storia di alcuni mesi, intensa e passionale ma finita miseramente. Lei si è messa assieme a un tizio che era chiaramente un ripiego. Nelle ultime settimane lui e lei hanno ripreso contatti più serrati e nostalgici via sms. Lui sente che potrebbe risorgere qualcosa. La pausa (di riflessione) è finita. Invita lei a casa sua – nel frattempo è andato a vivere da solo. È un primo pomeriggio di primavera avanzata, nell’aria il profumo di nuovo. I due si abbracciano senza imbarazzi, si stendono sul letto e si raccontano per ore. Si dicono tutto ciò che non si sono mai detti. Si confessano quanto abbiano sofferto la reciproca mancanza, richiamano alla memoria episodi condivisi. Ridono, scherzano. La sintonia in un attimo è ripristinata. Lui sente che è il momento di osare, sempre per via che la pausa è finita. Play it again. Gli batte forte il cuore. Le dice che ha valutato l’ipotesi di tornare assieme. È il crepuscolo. Dalle finestre entra una luce aranciata che lui già eternizza nella memoria per raccontarla ai nipotini, fra quarant’anni, cullandoli sulle ginocchia. Lei si commuove. Il sì sta per arrivare. Infatti. «Sì… il problema è che il mese prossimo mi sposo».

Home, suite home

8 febbraio, 2012

Sono a casa. Ho posato i bagagli. Sono rimasto un po’ a sostare sulla porta, però la voce era insistente. Dolcemente insistente.
«Entra, fuori è freddo. Ti stavo aspettando».
L’indirizzo non lo conoscevo, sono arrivato qui girovagando. Anche i segnali erano confusi: con tutte queste nuove rotatorie, non sai quando fermarti e a chi devi dare la precedenza. I cartelli erano un po’ arrugginiti e la mia vista non è mai stata quella di un’aquila. Quando ho scorto la casetta, l’ho trovata subito graziosa; sembrava anche accogliente ma, sai, questo non è un giudizio che puoi dare rimanendo all’esterno.
Tu mi invitavi e io ero intimidito. Mi capita così coi posti nuovi, finché non ci prendo confidenza. E poi, per quanto avvezzo, un altro trasloco mi spaventava.
Volevo un posto gradevole in cui depositare le valigie. Non le aprirò mai tutte, almeno fino a che il più leggero senso di estraneità non sarà svanito. Però mi piace l’idea di trasferirmi qui, la struttura pare solida e i muri portanti sono sani. Dalle stanze interne arriva un buon profumino, misto di cibo e bucato. Sono incuriosito, e attratto.
Prima di varcare l’ingresso spio un po’ dalle finestre. Graziose le tue tendine.
Ochei, entro.
Mi sento a casa.

languore dopo l’amore

11 gennaio, 2012

Cosa darei
per scrutarti la mente
rovistare piano
nel tuo piccolo cuore
carpire passo passo
le contrazioni imperfette
della tua anima in pena
di mio ci metto
l’impegno a scavare;
conoscerti ancora
è un po’ come averti,
osservarti l’unico modo
che mi è dato di essere con te
mi basta appena
a fare il morto sull’acqua
come la tua pianticella
a cui sottraevo ossigeno
e adesso me la ingoierei
purché avesse cibo e calore
ma è anche linfa vitale
questo languore infinito
e tormento di saperti
in qualche altrove non mio

Giulia e Romolo

6 ottobre, 2011
Era determinata: questa fu la prima impressione. In maniera imprecisa, corressi subito il tiro.
Le confezioni fioccavano nel carrello a ripetizione. Però subito prevaleva in lei il ripensamento, annunciato da un vezzo di cui non era probabilmente consapevole. Con una mossa veloce del dito indice riportava un’inesistente ciocca ribelle dietro l’orecchio. Poi, con la stessa mano aperta, si pettinava all’indietro, a piccoli scatti.
Quando una donna intende dare un taglio alla propria vita, notai, inizia solitamente dai capelli, la parte più volatile del suo essere. Si badi bene: non avevo alcun indizio che la ragazza del supermercato volesse apportare il minimo mutamento nella sua esistenza.
Certo, il nostro matrimonio non era il paradiso in terra. Giulia mi accusava di essere un poveraccio, di non saper nemmeno far fruttare la laurea in filosofia. E poi la mia gelosia la soffocava, così diceva. Ma una furiosa litigata aveva sempre appianato ogni divergenza. L’attrazione fisica colmava le restanti incomprensioni. Era successo anche la sera prima.
Seguire i movimenti di Giulia dalla telecamera della postazione di sorveglianza era il mio modo segreto di amarla. Quel pomeriggio pensava fossi ad allenarmi, come accadeva tutti i lunedì, e quindi spiarla mi eccitava ancora di più, sapendo che lei non lo sospettava affatto.
Giulia si toccava i capelli e partiva con la danza dell’indecisione: la mano che saettava nel carrello, l’estrazione chirurgica dell’intruso – un vaso di cetrioli, stavolta – e lo sguardo che trapassava gli altri clienti fino a individuare il punto esatto dello scaffale nel quale riporre l’oggetto scartato. Mi ricordava il fare e disfare della tela di Penelope. Forse Giulia era svogliata o, semplicemente, in preda al suo solito nervosismo.
Ero assorto nel sezionare mia moglie come fosse l’insetto inerme sotto un potente microscopio, quando la sirena dell’allarme mi lacerò le orecchie. Scattai in piedi per istinto e corsi fuori dal mio ufficio, verso le corsie del supermercato.
Una figura imponente mi si parò innanzi: pareva un guerriero di quelli che a scuola mettono nelle pagine dedicate a Shakespeare. Aveva l’elmo piumato, un’armatura metallica cesellata di fino e sul volto si notavano solo i giganteschi baffi spioventi e il folto pizzo nero. Una maschera. Niente di strano, era Carnevale.
Da sotto la corazza, anziché la spada, il guerriero estrasse però una pistola, molto poco cinquecentesca e per di più priva del tappo rosso. Me la puntò al petto da un paio di metri di distanza. Cercai con gli occhi mia moglie: se quella era una rapina, dovevo proteggere l’unica donna che avessi mai amato.
Come evocata, Giulia comparve al mio fianco. In mano teneva ancora il vaso maxi dei cetrioli. Le feci cenno di scostarsi dalla linea di tiro. Mi mossi lentamente, perché il guerriero non pensasse che volevo dare inizio a una sparatoria.
Pur nella tensione del momento, ebbi la freddezza di rilevare il silenzio che aveva zittito perfino la radio del supermercato, i clienti del tardo pomeriggio invernale immobilizzati come statuine sullo sfondo del presepio, la fastidiosa luce dei neon ad allontanare il buio che filtrava dalle vetrate dietro le casse.
Al corso mi avevano insegnato che reagire era la cosa peggiore: non sai mai con chi hai a che fare; questo magari era una balordo e si sarebbe accontentato di qualche banconota per andarsene. Bastava solo parlargli con calma.
Ma, prima che potessi dire una parola, Giulia agì. Scagliò i sottaceti addosso al guerriero, il quale preso alla sprovvista lasciò cadere la pistola a terra. Mia moglie, raccogliendo l’arma, urlò Sei un deficiente, cosa aspetti?, cui fece eco un Ma tesoro… che non era uscito dalla mia bocca.
Ciò che accadde dopo è cronaca. Giulia, esibendo una voce metallica che non le conoscevo, intimò al cavaliere di prelevare l’incasso. Poi mi guardò sprezzante: Tu non sai cos’è l’amore. Il dolore pungente delle sue parole fu mitigato dal calore che iniziò a diffondersi nel mio corpo. Lo sparo, quello no che non l’avevo sentito.

Una luminosa giornata d’inverno

6 ottobre, 2011

Domenica mattina. Una di quelle giornate irripetibili di febbraio in cui cogli nell’aria il profumo esitante della primavera. La temperatura non è ancora ideale ma c’è una sorta di clima festoso che compensa la frescura. Sarà perché è l’unico momento in cui ti puoi riposare, sarà che oggi ti ispira qualcosa di diverso rispetto al pur piacevole programma casalingo di stravaccamento sul divano e film a manetta, fatto sta che… guardi negli occhi la tua compagna e proferisci la frase più romantica degli ultimi due anni: «Che ne dici di andare a Venezia?». Giusto, aderisce lei, ce l’abbiamo qui vicina e la snobbiamo, mentre dal Giappone e dall’America vengono apposta in Italia per vederla, per toccarla. La parola Venezia evoca atmosfera vacanziera anche se ci abiti a un’ora di distanza. Il mito ha preso il sopravvento sulla città. A me fa venire in mente le calli di notte, l’odore del salso, gli stuzzichini dei bacari, un calice di bollicine – prosecco leggermente mosso – visto in qualche fotografia ad effetto. Sensazioni vivide, quasi plastiche.

Bene, si parte. Durante il viaggio sintonizzi la stazione radio che piace a lei. All’arrivo le apri lo sportello, la tieni sotto braccio mentre passeggiate amabilmente per i quartieri meno turistici. Mangiate un tramezzino in un tipico bar vicino a piazza San Marco – talmente tipico che a gestirlo sono due romene. Un pasto frugale perché c’è da setacciare tutta la zona dello shopping di marca e i negozi fanno l’orario continuato. La accompagni paziente e cerchi di non sconvolgerti quando chiede alla commessa una borsa zebrata. Dopo due ore di andirivieni nelle boutique hai ancora un sorriso quasi imperturbabile. Ti provi perfino un trench, di cui non ti potrebbe fregare di meno, per non farla sentire in colpa a causa di tutti i capi che lei sta prendendo per sé – la carta di credito è tua. Finalmente, a dio piacendo, i negozi chiudono e si può andare a mangiare sul serio. Ti ricordi di un’osterietta dalle parti del mercato del pesce e ce la porti. Il localino è bellissimo, molto intimo, fin troppo – vi tocca condividerlo con una coppia di francesi stronzi. Il cibo è delizioso, un bicchiere di vino scalda – che dico scalda: incendia – i cuori. Torta casalinga e caffè sigillano una giornata memorabile. Sei stato talmente dolce che ti viene la tentazione di misurarti la glicemia.

Lei apprezza, ne sei certo. E infatti, appena mettete piede in casa, ti senti rivolgere questa frase: «Tutto perfetto… [pausa]… peccato che in macchina non abbiamo dialogato molto». Provi a fare mente locale sul viaggio di ritorno. Un’ora di strada, nel lettore finalmente un cd che piace a te, guida rilassata, torpore tenuto a bada in attesa di schiantarti a letto. Ti interroghi sulla tua manchevolezza. E apprendi un’ennesima lezione di vita: con tutto il tuo impegno, non potrai MAI fare felice una donna perché, per definizione, la donna è colei che alza l’asticella a ogni tuo passo verso di lei. Non sarà soddisfatta neppure se le sacrifichi un rene, poiché in questo caso penserà che te ne rimane pur sempre un altro.

amori al liceo

6 ottobre, 2011

Sapete perché si usa l’espressione “perdere la testa” quando si è innamorati? Perché l’unico modo per disamorarsi sarebbe quello di tagliarsela, la testa. Per questo, in alcune Regioni, i dolori d’amore si allontanano invocando i santi decapitati.

Ma c’è un periodo della vita, che assorbe peraltro la quasi interezza della vita, nel quale l’amore viene evocato, più che scacciato, e alimentato anziché circoscritto, come un fuoco sacro il cui alito purificatore prevalga sul devastante effetto delle fiamme.

A 16 anni eravamo così, stupidi e innamorati. Stupidi perché inconsapevoli e ciononostante arroganti, però attenti a non lasciarci sfuggire le occasioni che a nostro avviso la storia avrebbe eternato. Ad esempio un grande sciopero contro la Falcucci, ministro di cui oggi – come di molti altri – si fatica a ricordare il nome, che aveva varato una politica della scuola meritevole di protesta. Il giorno della contestazione cadde sabato 18 ottobre 1986.

Stupidi, perché dotati di coscienza civica informe, ma innamorati. Di tutto: di uno sguardo, di una confidenza con gli amici, di un ideale, di una notte stellata, di una festa semplice. E smaniosi di comunicare questo amore indiscriminato e indeterminato. Il 18 Ottobre nacque proprio come strumento permanente di espressione di un impegno acerbo e di uno stato amoroso bruciante. Ci debuttai come responsabile della redazione nel numero 11 del 1988 pubblicando l’inno generazionale “Emergenza” che ebbe una certa eco almeno fra gli studenti del classico: all’epoca la sede centrale del liceo Brocchi era in via Verci (dove non casualmente oggi si trovano gli uffici della Procura) e le sezioni erano appena due, A e B. Nei versi «solo a noi / che scriviamo senza essere poeti / e amiamo senza essere ricambiati» era racchiusa tutta l’aspirazione irrisolta del secchione mescolata alla cosmica infelicità amorosa. C’era poi la letteratura. Per me, che avrei trasformato la scrittura in una professione, i primi test con gli scrittori veri: Kafka che avevo divorato in quarta e quinta ginnasio, Svevo di cui apprezzavo l’ironia e che omaggiai in un racconto intitolato “Tutta colpa di Zeno Cosini”.

Esibizionisti timidi, scrivevamo per metterci in mostra, però firmavamo con pseudonimi in modo da non rendere immediata l’identificazione fra la parola e il suo autore. Partiva perciò, nei corridoi durante la ricreazione, la semina pilotata di indiscrezioni su chi avesse scritto quel testo provocatorio o disegnato quel fumetto onirico, nella speranza che le ragazze più giovani ne traessero motivi di innamoramento.

Per me 18 Ottobre rappresentava una missiva senza mittente, un messaggio in bottiglia gettato verso cuori affini capaci non solo di decifrarlo ma anche di risalire all’animo sensibile che l’aveva saputo ideare. Avevamo la mania di formulare leggi immutabili – magari che codificassero l’eterna provvisorietà – e di stilare manifesti: celebre quello dell’Icarismo, che esordiva con «La vita è ricerca ininterrotta. La noia è la sensazione illusoria di appagamento quando si smette di cercare, credendo di aver trovato». Ricorrevano vocaboli ricercati (“endoreico”), aperti lì come la coda del pavone, il latinorum (“arbiter elegantiae”) con cui ratificare l’appartenenza a una presunta élite intellettuale, sentenze lapidarie del tenore di «È prerogativa dei deboli difendersi offendendo».

In realtà l’unica a prenderci sul serio era la professoressa Luciana Fontana, forse la migliore docente che abbia avuto, la quale un giorno, e dandomi una lezione “politica” in classe, contestò un mio articolo dimostrando sia di averne riconosciuto la penna sia di tenere all’autorevolezza dei suoi studenti.

Dal punto di vista operativo, l’esperienza di 18 Ottobre ci insegnò una certa manualità e l’arte di arrangiarsi, dato che il giornale scolastico era autogestito e interamente finanziato da coloro che di volta in volta si qualificavano in copertina come direttori (ir)responsabili. Tramite Battello Ebbro, intraprendente associazione culturale, entrammo in contatto con una radio autonoma (Babilonia) che aveva gli studi in via Beata Giovanna e che ci metteva a disposizione gratuitamente il ciclostile: “stampavamo” il giornale, per la prima volta su entrambe le facciate, per farci stare più contenuti con la stessa quantità di carta. Lavoravamo di pomeriggio, nelle fasce orarie in cui non c’erano trasmissioni radiofoniche in diretta. Bazzicando la radio si accresceva la nostra cultura musicale a base di Clash e Stranglers, i cui vinili ci venivano prestati e andavano a integrare la passione per la new wave. L’interesse in genere verso il post punk ci spinse a costituire un gruppetto dall’improbabile nome di Kick and the blonde’s kiss che ebbe vita lunga, nomi cangianti e alterno successo; nella fase alta dell’alternanza va inserito il trionfale concerto organizzato dalla Scuola Rock, allora ospitata nei locali dove adesso sta il Centro anziani – anche qui un’evoluzione che tiene conto dell’anagrafe dei protagonisti. La gente ballava, a discapito della ritmica zoppa del batterista, e questo era importante. Cosa c’entra la musica col 18 Ottobre? Molto, perché il nucleo della band era il cuore della redazione: oltre a me, Patrizio Martinelli, oggi architetto e docente universitario, Paolo De Gregorio, produttore musicale e editore di una rivista rock a New York dove vive.

Dunque, stupidi e innamorati eravamo. Di una frase o di un giro di basso, di un caschetto biondo e di un giornale d’istituto. In definitiva della vita, storia non scritta di amori conflitti speranze, che talvolta ci sembrava il carcere dentro una scuola e talaltra la palestra di un esercizio più impegnativo che ci attendeva, al varco della maturità.

Col cuore si vince (se c’è un cervello attaccato)

6 ottobre, 2011

Dieci anni fa ricevetti in redazione la visita di una cara amica, disperata. Cominciò a raccontarmi i disastri della sua vita amorosa, anzi ad aggiornarmi visto che la sequenza delle disfatte recenti mi era piuttosto chiara grazie ai suoi puntuali riepiloghi.

Era follemente perduta di una specie di pittore che però la maltrattava, sia fisicamente (e questo sembrava piacerle) sia umiliandola (e tale aspetto invece la feriva profondamente).

L’ultima beffa era fresca fresca: la mia amica si era presentata nottetempo nello studio dell’artista. Sapeva che gli piacevano le improvvisate. Aveva guidato da casa completamente nuda – era novembre – col rischio che qualche pattuglia dei carabinieri la fermasse e le chiedesse spiegazioni. A lui piaceva pensarla nuda e eccitata al volante, lei lo accontentava. Arrivata nel parcheggio dello studio, era scesa con due straccetti addosso giusto per la decenza. Si era sporta alla finestra perché al pittore piaceva intravedere le sue nudità dalla piccola apertura prima di goderne la visione stereoscopica e ravvicinata.

La sorpresa ordita dalla mia amica ebbe un finale diverso da quello da lei immaginato. Infatti l’improvvisata al bravo artista l’aveva fatta un’altra delle sue “modelle”, e abbastanza prima di lei a considerare l’avanzato stato di contorcimento dei due. In prima battuta la mia amica pensò di dileguarsi salvando almeno la dignità ma poi, per quell’istinto suicida che caratterizza alcune donne in certi frangenti, bussò alla finestrella. E dovette ripetere il gesto varie volte, mentre la schiena le si intirizziva al vento autunnale, perché il pittore e l’altra donna stavano seguendo un ritmo più rumoroso di quello delle nocche sul vetro protetto dalla grata.

L’artista udì finalmente il rintocco, con un’occhiata decifrò la situazione e uscì seminudo dalla porta invitando la mia amica ad accomodarsi, prospettandole peraltro la possibilità che l’incontro notturno a due potesse registrare un incremento numerico: «del resto, tre è il numero perfetto!» le disse compiaciuto.

Stavo per chiedere alla mia amica se avesse accolto la profferta quando, nel clou del racconto, irruppe nell’ufficio un mio collega ignaro di tutto: le sorrise, intuì vagamente di cosa stavamo parlando e se ne uscì con una frase trionfale, in quel frangente piuttosto inappropriata:

Col cuore si vince.

Ho ripensato spesso a questa frase nel corso degli anni perché:

a) la mia amica non ha più voluto raccontarmi il seguito della sua intrigante storia;

b) il mio collega, incoraggiato dall’audacia della mia amica, ha tentato di portarsela a letto – senza successo: del resto, non era pittore;

c) ho cominciato da lì a chiedermi se sia vero che usare sempre e solo il cuore sia un’arma vincente in amore.

Voglio dire: ogni raffigurazione amorosa comprende necessariamente il cuore, che talora può essere trafitto o spezzato a seconda della fase di evoluzione che la vicenda amorosa sta attraversando, ma è sempre pulsante, vivo, positivo. E quindi, sì: il cuore conta, in amore.

Conta come passione, audacia, temerarietà, caduta del pregiudizio, abbandono della diffidenza, e abbandono tout court.

Il sentimento come istinto, come irrazionalità, come chimica pura, intesa alla stregua di una alchimia di cui non sia opportuno e nemmeno utile decifrare il processo di reazione che innesca.

Ma basta questo?

È vero che ascoltando le proprie viscere, la propria pancia, il trasporto emotivo, si fa la scelta giusta quando si bazzica fra i sentimenti?

Ed è vero che l’unico modo per essere felici in amore è andare “dove ti porta il cuore”?

Perché ho 35 anni

6 ottobre, 2011

Perché è normale. Perché me l’ha chiesto lui. Perché voglio qualcuno che prolunghi la mia vita. Perché altrimenti la specie si estingue.
Parlo spesso con giovani donne e quasi mai mi sento dire “Sì, voglio un figlio perché lo desidero”.
Sembra che essere felici, ciascuno a modo proprio e non per stereotipi, sia peccaminoso. Sembra che a doversi giustificare sia chi i figli non li ha anziché chi li ha messi al mondo per chissà quali scopi e con quali premesse.
Personalmente non ritengo che figliare sia un bene per il pianeta.
Ma avete presente cosa sta facendo l’uomo al pianeta che lo ospita? Sta distruggendo tutto, scompensa equilibri naturali di millenni, saccheggia le risorse vitali. Io credo che l’uomo sia un parassita e noi uomini di solito i parassiti li innaffiamo di trappole e veleni.
Vi rendete conto? Basta un vulcano che scorreggia in un’isola allo sfacelo dispersa nell’oceano per bloccare tutto il mondo. La terra si sta ribellando. Ce la farà pagare e ha ragione, perché siamo nient’altro che pulci sulla groppa dell’elefante e l’elefante con una scrollata ci spazzerà via.
È un valore dunque rimpolpare le fila di questa umanità? A me non sembra.

La donna è razionale sempre (tranne che in coppia)

6 ottobre, 2011

Quello che mi chiedo è come sia possibile che nell’essere femminile convivano tanto una precisione e affidabilità dal punto di vista professionale – ed è il motivo per cui mi trovo molto bene a lavorare con voi, care donne –, quanto una instabilità e irrazionalità in campo sentimentale. La spietata lucidità che avete nel leggere le situazioni, nel prendere decisioni, nel trattare affari, nel decidere prezzi… ebbene, scompare non appena vi calate nella vita di coppia.
Vi faccio degli esempi.
1) La donna ha un portamonete grande più o meno come uno zaino. Nei dodici scomparti a soffietto trovano posto, oltre al denaro che è l’unica cosa autorizzata a esserci: cinque santini di padre Pio, una dozzina di cartoncini di ristoranti e boutique, un rosario di legno, la fototessera del cane o del criceto, tutti gli scontrini fiscali degli ultimi tre anni, la ricevuta di una lotteria (sottoscrizione a premi) a favore dei terremotati del Friuli, un bottone rosso di cappotto, due spille da balia, monete croate fuori corso, alcuni biglietti del cinema, la ricetta medica per uno strappo muscolare guarito lo scorso anno, gli ultimi esami del sangue.
La domanda del fidanzato, al sentirsi chiedere per l’ennesima volta i dati bancari, è una sola: «Tesoro, come fai a sostenere che nel portamonete non hai spazio per tenere il cartoncino con l’Iban?».
2) Ristorante, fine pranzo/cena. «Prendi pure il dolce, amore, io ne assaggio un po’ del tuo». Ma scusa, se io voglio mangiarlo tutto, perché devo dividerlo? Prendine uno anche tu e, se proprio non lo finisci, ci penserò io, oppure lo avanziamo, chi se ne frega.
È da cinquanta minuti che me lo pregusto e che chiacchiero con insolita amabilità solo perché nel mio cono visuale è caduta la vetrinetta con quei profiterole che grondano panna e budino da ogni orifizio…
3) Cucina. Interno giorno. Tu, maschio, ti prepari un caffè. Lei, femmina, controlla tutti i tuoi movimenti in attesa dell’errore che fatalmente compirai. Sbaglierai, è ovvio, perché lei ti innervosirà e a furia di starti sotto i piedi le pesterai un callo.
Oggi, per scacciare ogni cattiva nomea sul maschio pigro e pelandrone, prendi una tazzina sporca e la affronti con la spugnetta intrisa di due gocce di Svelto – l’hai comperato l’ultima volta al supermercato perché con quell’odore sintetico di limone ti rimanda alla tua infanzia, esattamente come il tanfo di piedi che ristagnava nella palestra delle scuole medie durante l’ora di ginnastica.
Lei scatta da dietro l’angolo e ti sequestra il flacone verde. Ti caccia in mano una tanica Stanhome (dalla cui etichetta non si capisce a cosa serva, potrebbe essere uranio impoverito per quanto ne sai tu) e comincia a romperti i timpani. «Sei il solito superficiale, quante volte te lo devo dire che per lavare i piatti si usa questo? Mi farai uscire pazza…». Poi prende il telefono di gran carriera e la senti gridare, dall’altra stanza: «Chicca, questa te la dovevo proprio raccontare. Ma ti rendi conto? Lo Sveltooooooo!».

Pennellate d’amore (ovvero l’imbianchino filosofo)

6 ottobre, 2011

Di recente ho conosciuto un imbianchino molto simpatico. Ho avuto modo di conoscerlo perché dipingeva le pareti di casa mia e, siccome lavoro per lo più nello studio casalingo, è stato inevitabile incrociarsi e scambiare qualche chiacchiera.
Due uomini senza donne nei pressi parlano di solito di donne ma non nel senso – creduto dalle donne – che si riferiscano ad altre donne; piuttosto si consolano delle proprie condividendone miserie e bassezze – che riverberano su loro stessi, visto che con quelle donne ci stanno (o ci vivono) assieme.

La briosa discussione con l’imbianchino era disturbata però da un pensiero di fondo che mi ronzava nel cervello: come mai quest’uomo ci sta mettendo una vita a dipingere tre metri quadri di parete? E soprattutto: spero abbia capito che lo pagherò a risultato, non in base alle ore che impiega.
La faccenda era davvero strana: lui arrivava, dava una passatina di rullo intinto nella vernice, poi se ne andava con la scusa che il colore doveva asciugare. Tornava in tarda mattinata e verso mezzogiorno andava a mangiare, così diceva, in una trattoria vicina. Subito dopo pranzo si ripresentava, lavorava qualche tempo e si assentava. Ricapitava con un pretesto e l’aria di chi non ha molto da fare. Sono giunto a sospettare che avesse un’amante in zona. Ma il modo in cui parlava della moglie – e il modo in cui si lamentava del fatto che la moglie non gli concede più le proprie grazie – mi ha portato a escludere questa ipotesi.

La verità mi si è rivelata proprio mentre discorreva per l’ennesima volta della moglie. Facile da scoprire, come verità, dato che ha assunto i toni di una confessione in piena regola: appena può, l’imbianchino scappa da lei. Ogni volta che restano vicini per più di qualche minuto, e nell’ipotesi che non ci siano litigi in corso, lui si scoccia perché la moglie chiede immancabilmente soldi, parla di cose da comperare, quando addirittura non pretende che il marito la accompagni nello shopping. «Non hanno in mente altro le donne, solo oggetti e soldi». Nella sua affermazione, un po’ comica, ho trovato un frammento di verità e soprattutto la spiegazione al fatto che per eseguire un lavoro da tre ore l’arguto imbianchino ci ha messo tre giorni.

Ultimamente mi è capitato spesso di raccogliere sfoghi maschili sulla insopportabilità del coniuge. Ora: sono convinto che la vita a due sia un detonatore micidiale e che la convivenza coatta abbrutisca chiunque. Ma non credo che le persone si trasformino, in pochi anni di matrimonio, da creature angeliche in aguzzini diabolici se non lo erano già prima. Sono piuttosto del parere che, all’inizio di una storia, la capacità allucinatoria delle donne sulle virtù maschili e la accecante dipendenza dal sesso degli uomini siano due fattori altamente fuorvianti nella valutazione oggettiva del partner, specie in prospettive di lunga gittata.